20/12/2005

Scandali finanziari: servono regole più severe

Quasi tutti i quotidiani internazionali, quelli finanziari e non, hanno seguito le vicende italiane legate al caso di Banca d'Italia e del suo governatore Antonio Fazio, a volte ironizzando, come il Financial Times, sulla solidità del sistema paese e della tutela del risparmio, quella legge che da circa due anni è parcheggiata in Parlamento, anche dopo gravissimi scandali finanziari, come Cirio, Parmalat, i bond argentini, che sono costati a chi li ha acquistati, circa un miliardo e cento milioni di euro.

Nonostante questo le forze politiche erano impegnate a fare approvare la legge elettorale, che veniva ritenuta più importante della tutela dei piccoli risparmiatori. Questa vicenda, legata alle scalate bancarie, Antonveneta, Bnl, ha preso un'accelerata quando la magistratura è invervenuta nel vuoto lasciato dalla politica, arrestando Fiorani e iscrivendo al registro degli indagati Fazio, Gnutti, Ricucci, Billè, Consorte, per reati come associazione a deliquere, insider trading e abuso di informazioni privilegiate.


Così la mancanza di regolamentazione ha fatto sì che i risparmiatori venissero nuovamente truffati, come nel caso della Banca Popolare Italiana, dove il signor Fiorani ha sottratto 30 euro a un milione di conti correnti, truffando i propri clienti senza nessuno che controllasse il suo operato. Anzi agiva di concerto e sotto la copertura di una parte del mondo politico.

Ora urge una legge che tuteli i risparmiatori e inasprisca la pena per chi abusa e di chi cerca di infrangere le regole del mercato libero. Seguendo l'esempio degli Stati Uniti (e anche della Gran Bretagna), che all'indomani dello scandalo Enron hanno inasprito le pene fino a vent'anni di galera e hanno soprattutto tolto la vigilanza e l'hanno messa nelle mani della Consob. L'Italia sta vivendo una crisi di credibilità sui mercati internazionali: deve dare una risposta chiara e veloce, soprattutto dandosi un codice etico per uscire da questo pantano.

05/12/2005

Guerre mediatiche

In tutti i Paesi con una democrazia avanzata, nei primissimi articoli delle costituzioni, c'è il diritto alla parola e alla libertà di espressione che caratterizza i popoli liberi ed emancipati e sancisce la differenza tra un regime e un governo democratico. Negli ultimi anni e soprattutto dopo l'11 settembre 2001, il rapporto tra il giornalismo, il potere economico e la politica è diventato ancora più difficile e a mio avviso troppo viziato dalla stretta vicinanza tra mondo politico e mondo giornalistico. Il rischio grave è di compromettere la qualità e la veridicità delle notizie. Ormai è impossibile per un telespettatore e per il lettore di un giornale sapere la verità: rispetto alle informazioni date ci sono sempre repliche e attacchi, a volte durissimi, ai giornalisti, che cercano di screditare quelle notizie, basandosi non su prove concrete, che dimostrano la contrarietà, ma sulla demonizzazione del giornalista. A mio avviso qualsiasi giornalista dovrebbe essere il garante per l'opinione pubblica, quello che deve verificare le notizie accertando che le sue fonti siano attendibili e quello che deve sottolineare la falsità di una notizia.

E' la notizia che dovrebbe essere al centro del nostro mestiere. Non il rapporto con il politico o il far piacere al potente di turno, ma proteggere la democrazia della quale tutti noi godiamo. Liberiamo il giornalismo dall'influenza del potere politico ed economico, a maggior ragione ora che ci stiamo avvicinando a delle tappe importanti come le elezioni politiche, le amministrative e quelle del capo dello stato, altrimenti sono la stessa democrazia e la libertà che si incrinano irreversibilmente. Una volta Churchill disse: "Io non compro i giornali ma compro i giornalisti: più economico e meno rischioso". Non so se questa regola valga ancora nei nostri tempi, ma quello che è successo al New York Times, sulle notizie infiltrate delle armi di distruzione di massa, notizie rivelatesi poi false, dovrebbe farci riflettere e farci interrogare su quanto siano libere, autonome, e vere le nostre informazioni.

25/11/2005

Stati Uniti e terrorismo: chi viola davvero le regole?

A due anni dalla guerra in Iraq e a otto mesi dalle operazioni militari che hanno riguardato Falluja oggi apprendiamo che la Coalizione angloamericana ha utilizzato armi non convenzionali come il fosforo bianco, l'uranio impoverito e il napalm, armi bandite dalle leggi internazionali, e l'abbiamo appreso attraverso un'inchiesta straordinaria di RaiNews 24. Un'inchiesta che ha messo in imbarazzo l'amministrazione americana che inizialmente ha negato tutto ma poi ha dovuto ammettere pubblicamente di aver fatto uso di queste armi.
Nonostante l'opinione pubblica mondiale, compresa quella araba, musulmana, e anche quella dei governi arabi filo occidentali, fosse contraria a questa guerra, essa è stata decisa da poche persone con conseguenze che subiremo tutti noi forse fino ai prossimi dieci anni. Lo slogan che l'amministrazione Bush ha usato all'epoca, lo ricordiamo, era "esportazione della democrazia attraverso la guerra preventiva" nel mondo arabo e musulmano (compreso il piano per bombardare Al Jazeera). Episodi come la tortura nella prigione di Abu Graib, e come l'utilizzo in centri abitati di sostanze chimiche (utilizzate anche da Saddam Hussein contro i curdi) sicuramente sono ben lontani da quello slogan.
Ci stupisce e ci indigna profondamente che una democrazia matura come quella americana agisca calpestando i diritti, agisca senza regole e usi la stessa logica a volte delle organizzazioni terroristiche, che colpiscono i civili e fanno degli attentati che tutti noi contestiamo e condanniamo perché sono fuori dalle regole, dall'etica e dai comuni percorsi della democrazia.
Mi auguro che chi ha dato l'ordine di utilizzare quelle sostanze sia giudicato e condannato da un tribunale per i crimini di guerra, perché quello che è successo a Falluja è un crimine di guerra. Allo stesso momento mi auguro che l'Iraq continui a muoversi con passi veloci verso una strada di democratizzazione e in questo momento buio della storia si vedano segni positivi in quell'area del mondo.
L'appuntamento storico è quello di febbraio, per la conferenza di riconciliazione nazionale, dove sunniti, curdi e sciiti s'incontrano e dialogano. Un altro segnale positivo in quell'area è la condanna unanime della società giordana di quegli attentati immorali, inaccettabili e come sempre fuori dalle regole civili.