20/10/2004
La sinistra israeliana batta un colpo
In questi giorni la vita politica israeliana è stata investita da fortissime polemiche in seguito alle dichiarazioni del braccio destro di Ariel Sharon, Dov Weisglass, che, riportate sul principale quotidiano israeliano Haaretz, hanno svelato le reali motivazioni che stanno dietro alla decisione del ritiro dalla Striscia di Gaza.
Weisglass ha detto senza mezzi termini che l'anno precedente il governo israeliano era già sotto pressione per l'aumento dei refusnik, i soldati che rifiutano di fare il servizio militare nei Territori occupati, e per la protesta dei piloti che si rifiutavano di compiere attacchi mirati (omicidi mirati) nei quali finivano spesso per rimanere assassinati anche i civili palestinesi; quando poi è uscito il piano di pace virtuale firmato a Ginevra e messo a punto dai laburisti, oppositori accaniti di Sharon, è stata scelta la linea di cedere Gaza per tenersi i territori occupati nella West Bank, e soprattutto per dare una grossa mano all'alleato numero uno - George W. Bush - nella sua campagna elettorale.
Nessuna soluzione palestinese dunque, l'obiettivo è di dare le briciole e rimandare per tanti anni una vera pacificazione dell'area. D'altra parte che Sharon non avesse intenzione di risolvere in modo pacifico la questione palestinese, lo si sapeva già, vista la gravità dell'operazione militare che si sta consumando in queste ore a Gaza e che sta lasciando sul terreno centinaia e centinaia di morti civili.
Negli ultimi giorni il governo Sharon ha approvato un progetto alla Knesset - il parlamento israeliano - per creare 109 insediamenti in Cisgiordania, aprendo sia per i palestinesi che per gli israeliani una prospettiva futura disastrosa, fatta di totale insicurezza e violenza. E' ora che la sinistra israeliana batta un colpo per riprendere in mano una situazione che da tre anni a questa parte è irrimediabilmente degenerata; è ora che la generazione degli scontri armati, questa classe politica vecchia, violenta, criminale, corrotta e opportunista si faccia da parte per lasciare spazio in entrambi gli schieramenti a leader giovani capaci di dare la speranza di un futuro dignitoso per entrambi i popoli.
14:57 Scritto da: rulajebreal in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (28) | Segnala | OKNOtizie |
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13/10/2004
La sfida iraniana
Anche i più severi oppositori dell'intervento americano in Iraq hanno dovuto ammettere che la guerra aveva prodotto qualche risultato nei confronti dei Paesi considerati dall'Occidente maggiormente pericolosi nell'area mediorientale, i quali sembravano aver abbandonato i programmi di armamenti condotti al di fuori del controllo e della supervisione internazionale. Era l'epoca in cui si era conclusa con sorprendente rapidità l'avanzata alleata verso Bagdad e la paura di una sanzione altrettanto efficace e tempestiva aveva ricondotto a più miti consigli la Libia, la Siria, e soprattutto l'Iran.
Oggi la catastrofica situazione del dopoguerra ha impantanato l'armata americana quindi nessun'altra azione offensiva può essere rivolta altrove per ovvie ragioni militari e politiche, e l'Iran comunica al mondo di aver messo a punto un missile a lunga gittata capace di tenere costantemente sotto scacco lo Stato di Israele e di respingere le minacce di ogni altro Paese nel raggio di 2mila chilometri. La dichiarazione non ha con ogni evidenza un risvolto soltanto militare, ma ripropone sul piano politico un equilibrio tra blocchi contrapposti, retto dall'esercizio di una reciproca minaccia.
Nel presentare lo Shihaab-3, una versione avanzata di un missile nord coreano, Rafsanjani - ex presidente e figura di spicco nello scenario iraniano - ha annunciato che chi possiede questa tecnologia può accedere ai passi successivi; dichiarazioni che hanno messo in subbuglio il comando militare israeliano e quello americano, perché l'avvertimento sottostante è: siamo a un passo dall'atomica e nessuno pensi di intervenire come fece Israele nell'82 quando bloccò le ambizioni irachene bombardando il reattore nucleare.
La grande maggioranza degli iraniani, sia riformisti che conservatori, concordano all'unanimità sulla necessità di possedere e sviluppare armi non convenzionali per garantirsi e minacciare chiunque abbia piani di destabilizzazione del Paese sciita più importante dell'area. Bush evita di rispondere nei talk show sull'argomento, risulta vago su come tratterà l'Iran soprattutto dopo l'imbarazzante rapporto del capo degli ispettori Usa Charles Duelfer sull'inesistenza assoluta di armi di distruzione di massa irachene.
La disastrosa guerra ha portato quindi al pessimo risultato di aver allontanato ulteriormente quei mondi che si guardavano con reciproco sospetto e che oggi più che mai si sentono legittimati a sfidarsi sul piano militare; l'accantonamento voluto di ogni autorità sovranazionale ha poi spuntato anche le armi della dissuasione e del comune interesse per il rispetto dei limiti.
10:53 Scritto da: rulajebreal in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (16) | Segnala | OKNOtizie |
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24/09/2004
I rapimenti come ricatto mediatico
Dopo le insurrezioni di aprile, che hanno causato ingenti perdite, migliaia e migliaia di morti, alle forze della guerriglia irachena, oltre a 132 marines uccisi, il terrorismo che si batte per la conquista militare, politica e religiosa dello stato iracheno ha radicalmente cambiato strategia. Ha abbandonato le tattiche militari basate su scontri ed attentati ed ha scelto la strada dei rapimenti sistematici di cittadini stranieri fino ad arrivare all'autentico boom delle ultime settimane.
Questo il parere del Brookings Institute di Washington che attribuisce a logiche economicistiche, a un'analisi costi-benefici, il nuovo scenario col quale dobbiamo confrontarci oggi in Iraq.
Rispetto alle precedenti azioni terroristiche che avevano un alto costo in termini di vite umane e un relativo beneficio in termini di attenzione internazionale e di visibilità mediatica, la scelta del rapimento consente di operare anche con piccoli gruppi dotati di risorse limitate e di generare un terrore che tiene col fiato sospeso intere nazioni per giorni e giorni, fino alla conclusione del sequestro, indipendentemente dal fatto che la soluzione sia positiva o drammatica.
I risultati per i terroristi sono purtroppo assai positivi, sia dal punto di vista economico, per la ovvia disponibilità dei governi a pagare riscatti e informazioni, sia sul piano mediatico per il fortissimo impatto che il rapimento di concittadini ha nei singoli paesi, sia in termini politici per il potere che indirettamente viene conferito a chiunque si dimostri in grado di condurre trattative o di influenzare il comportamento dei rapitori al fine di scongiurare l'esito drammatico che tutti temono. Non a caso gli ostaggi appartengono alle più varie nazionalità e hanno anche profili assai diversi tra loro, per generare apprensione in tutti gli strati delle società occidentali.
Purtroppo la catena dei sequestri si autoalimenta perché i soldi consentono di acquistare armi e di finanziare nuove azioni, tanto che si sono introdotti nel sistema anche gruppi di criminali comuni che operano il rapimento e poi vendono l'ostaggio a chi vuole trarne vantaggio per i propri scopi politici.
Per interrompere l'effetto perverso determinato dall'amplificazione mediatica è importante l'esempio dato dalla Francia che ha deciso di non trasmettere immagini dei giornalisti rapiti ed ha bloccato in parte la propaganda dei terroristi che ormai usano i network mondiali per lanciare appelli e minacce e soprattutto per imporsi come leader nel contesto iracheno.
12:16 Scritto da: rulajebreal in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (14) | Segnala | OKNOtizie |
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